
“Come Machiavelli, anch’io siedo spesso tra i miei libri di notte. Se è vero che preferisco scrivere di mattina, di notte assaporo la gioia della lettura nel denso silenzio, quando i triangoli di luce proiettati dalle lampade dividono in due gli scaffali della biblioteca. Le file più alte di libri svaniscono nel buio; in basso c’è la sezione privilegiata dei titoli illuminati. Questa suddivisione arbitraria, che garantisce a certi libri una presenza nella luce e relega gli altri nell’ombra, è sottomessa a sua volta a un altro ordine, che deve la sua esistenza semplicemente a ciò che ricordo. La mia biblioteca non ha catalogo; avendo sistemato io stesso i libri, in genere risalgo alla loro collocazione ripensando alla disposizione della biblioteca, e le aree di lice e ombra poco condizionano la mia esplorazione. L’ordine che ricordo segue un mio schema mentale, la forma e la suddivisione della biblioteca, e agisco proprio come un osservatore dei cieli notturni che unisca in schemi narrativi le punte di spillo che sono le stelle, ma la biblioteca a sua volta riflette la configurazione della mia mente, suo distante astrologo. L’ordine voluto eppure casuale degli scaffali, la scelta dei soggetti, la storia intima legata alla sopravvivenza fino ad oggi di ciascun libro, le tracce di certi luoghi e momenti ancora presenti tra le pagine, tutto riconduce a un lettore ben preciso. Un osservatore attento potrebbe essere in grado di capire chi sono da una copia malconcia delle poesie di Blas de Otero, dal numero dei volumi di Robert Louis Stevenson, dalla grande sezione dedicata ai gialli, dalla minuscola sezione dedicata alla teoria letteraria„ dal fatto che c’è molto Platone e pochissimo Aristotele sui mie scaffali. Ogni biblioteca è autobiografica”.
(Alberto Manguel, La biblioteca di notte)