posted : Monday, October 5th, 2009

Chi pensa...

La differenza tra gli uomini e le donne consiste in questo: che le donne parlano e gli uomini no. Gli uomini parlano solo quando hanno qualcosa da dire, mentre le donne parlano sempre di qualsiasi cosa.

– Gli uomini non parlano per il semplice motivo che non sanno cosa dire. Agiscono molto e pensano poco, per questo non parlano. Chi pensa parla.

(Luisella Fiumi, Come donna, zero): è tornata.

posted : Tuesday, April 28th, 2009

Giorni umbri

Il sogno segreto
dei corvi di Orvieto
è mettere a morte
i corvi di Orte
.

(Toti Scialoja, ora in Versi del senso perso)

posted : Tuesday, April 14th, 2009

Volver

«Nell’esperienza che ne ho, la fatica-piacere di scrivere tocca ogni punto del corpo. Quando il libro è finito, è come se si fosse stati frugati con eccessiva intimità e non si desidera altro che riguadagnare distanza, ritornare integri. […] quando si smette di scrivere si ridiventa sé stessi, la persona che comunemente si è, nelle occupazioni, nei pensieri, nel linguaggio. Perciò ora sono di nuovo io, me ne sto qui, faccio le mie cose tutti i giorni, non c’entro col libro o, per dir meglio, ci sono entrata, ma adesso non posso più entrarci. Né d’altra parte il libro può rientrare in me. Non mi resta quindi che proteggermi dai suoi effetti, ed è quello che cerco di fare. L’ho scritto per liberarmene, non per restarne prigioniera».

(Elena Ferrante, da La frantumaglia)

posted : Saturday, March 14th, 2009

Impotenza e incontinenza (ossessioni di un alter ego)

Il romanzo è funereo e terribile: un paesaggio lugubre con rovine. Morti, gente che sta per morire, morte ovunque. In questo senso, la ribellione dello scontroso protagonista al destino, incarnata nell’ultimo gesto disperato di vitalità con il quale si rimette in gioco, ha qualcosa di tragico. Ma è la sola parte vitale di un romanzo che per il resto è gravato dai pesi, dai malumori covati con compiacimento, dal preventivo odio per il genere umano e il mondo.

(Giorgio Montefoschi, a proposito di Il fantasma esce di scena di Philip Roth)

posted : Friday, February 20th, 2009

Talenti sprecati

A noi preme che il nostro giovane di media levatura arrivi il più possibile in alto, come intellettuale. Se poi quel concetto resta indefinito, tanto meglio. La nebbia può essere dannosa, ma non sempre; a volte quando non c’è la si inventa, come nelle battaglie navali, per coprire i nostri movimenti al nemico. Lo stesso faremo noi; dopo tutto, quel fumo non lo abbiamo fatto noi, c’è sempre stato.

La parola “compromesso” è necessaria alla sopravvivenza, dal momento in cui poggiamo i piedi per terra al mattino non potendo posarli in cielo. Ma questo non impedisce di perseguire onestà, impegno, autonomia o coerenza (che continuano a non fare notizia e a non essere titoli di merito) pur patteggiando la pena di vivere.

Ma Bianciardi no. Impietoso con l’intellettuale e con il sistema editoriale, non avrebbe in fondo desiderato altro, in vita. Irriverenza, ironia, disincanto? Considerata la fama (postuma) si potrebbe azzardare che con questo sarcastico manuale idealmente destinato a mediocri e assai poco talentuosi arrampicatori delle patrie lettere sia caduto nella trappola della volpe che non arriva all’uva.

Peccato – tanto astio – per un talento.

Luciano Bianciardi
Non leggete i libri, fateveli raccontare
Stampa Alternativa, Viterbo 2008

posted : Thursday, February 5th, 2009

C'è un fiume

c’è un fiume che i vivi
divide dai morti
ma il corso
non è sempre chiaro

talvolta
(sebbene sia raro)
cade fradicio un albero
e unisce le rive

morti e vivi s’incontrano
ci si bacia alla bocca
ci si scambia dei fiori
poi gli addii e le promesse
d’incontrarsi di nuovo e
per sempre

lentamente
il tronco s’immerge
chi rimane ritorna sui passi
chi è in pace
nell’acqua sprofonda

Roberta Borsani, da Il rosaio d’inverno, Rimini 2009

(via)

posted : Friday, January 30th, 2009

Lucro senza peccato

E un che d’una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ‘l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.
Con questi Fiorentin son padoano…

(Inferno XVII, 64-70)

No. Non fu espiazione, né per il padre, né per sé. Né tentativo di salvarsi l’anima.

Enrico Scrovegni, straricco senza sensi di colpa, fiero dei beni accumulati e orgoglioso della sua rapida ascesa sociale, offre alla sua città la Cappella degli Scrovegni guadagnandone ammirazione e gratitudine.

Facendone esaltazione della propria carriera e della propria persona, oltre che capolavoro dell’arte di tutti i tempi.

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Chiara Frugoni
L’affare migliore di Enrico. Giotto e la Cappella degli Scrovegni
Einaudi, Torino 2008

posted : Tuesday, January 13th, 2009