
July 10, 2009: A boy practices the violin at Sulaimaniya Music Institute in Sulaimaniya, Iraq. Sulaimaniya Music Institute has not been restored since the war, but teacher Azad Maaruf continues to teach young children music for a nominal fee.
Photo: © Julie Adnan-Reuters
“Caro bambino, che tenerezza vederti intento a suonare il violino. Non so come ti chiami, ma per me sei Mustafà, perché la Musica ti ha ‘scelto tra tanti’. Non hai nemmeno guardato il fotografo per regalarci il tuo sorriso. La musica fa così. Ti assorbe completamente, e tutto ciò che è intorno, in quel momento, sparisce. Mustafà carissimo, dicono che tu sia già molto bravo col violino, che ci vai a dormire, che non te ne separi mai, e che nella desolazione del tuo accampamento, basta tendere l’orecchio per sentire le tue prime note. I grandi ne vanno già fieri. Io non parlo la tua lingua, ma quei segni lì sulla lavagna, li riconosco: crome, semicrome, terzine, ideogrammi di un linguaggio universale che parla al cuore dell’uomo di qualunque latitudine e appartenenza culturale. Già solo per questo, per l’impegno che ci stai mettendo, il mondo dovrebbe fare silenzio e onorare la tua fatica, incoraggiare il tuo talento. Forse ancora non lo sai, ma è possibile che piano piano cambi lo scenario attorno a te. Ora sei su quella panca decrepita, ma già ti vedo su un’altra panca, anch’essa spartana, nel camerino di qualche grande auditorium, a provare i passaggi più impervi del Concerto di Tchaikovsky prima di entrare sul palco, mentre l’orchestra si accorda. Posso immaginare il tuo sguardo, quando entrerai in scena, colmo di fierezza, perché non puoi dimenticare da dove sei partito, e dalle tue dita scaturirà una musica viscerale, piena di vita e di morte, perché tu le hai attraversate entrambe. Ogni applauso sarà una rivincita, e proverai la vertigine di sentirti solo, avvolto dall’affetto del mondo intero. Mustafà, noi già ti vogliamo bene, perché già da ora, che sei piccolino, ti stai impegnando per dimostrare che la Musica è un dono divino, che parla al cuore di tutti gli uomini, e che davanti un simile prodigio, la violenza, le guerre, la prevaricazione e il razzismo sono sciocche perdite di tempo”.
(Giovanni Allevi, Una musica di vita e di morte, «Sette» n. 6, 11 febbraio 2010)

“Come Machiavelli, anch’io siedo spesso tra i miei libri di notte. Se è vero che preferisco scrivere di mattina, di notte assaporo la gioia della lettura nel denso silenzio, quando i triangoli di luce proiettati dalle lampade dividono in due gli scaffali della biblioteca. Le file più alte di libri svaniscono nel buio; in basso c’è la sezione privilegiata dei titoli illuminati. Questa suddivisione arbitraria, che garantisce a certi libri una presenza nella luce e relega gli altri nell’ombra, è sottomessa a sua volta a un altro ordine, che deve la sua esistenza semplicemente a ciò che ricordo. La mia biblioteca non ha catalogo; avendo sistemato io stesso i libri, in genere risalgo alla loro collocazione ripensando alla disposizione della biblioteca, e le aree di lice e ombra poco condizionano la mia esplorazione. L’ordine che ricordo segue un mio schema mentale, la forma e la suddivisione della biblioteca, e agisco proprio come un osservatore dei cieli notturni che unisca in schemi narrativi le punte di spillo che sono le stelle, ma la biblioteca a sua volta riflette la configurazione della mia mente, suo distante astrologo. L’ordine voluto eppure casuale degli scaffali, la scelta dei soggetti, la storia intima legata alla sopravvivenza fino ad oggi di ciascun libro, le tracce di certi luoghi e momenti ancora presenti tra le pagine, tutto riconduce a un lettore ben preciso. Un osservatore attento potrebbe essere in grado di capire chi sono da una copia malconcia delle poesie di Blas de Otero, dal numero dei volumi di Robert Louis Stevenson, dalla grande sezione dedicata ai gialli, dalla minuscola sezione dedicata alla teoria letteraria„ dal fatto che c’è molto Platone e pochissimo Aristotele sui mie scaffali. Ogni biblioteca è autobiografica”.
(Alberto Manguel, La biblioteca di notte)
Birds on the Wires
by Jarbas Agnelli
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La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l’amore.
(Mario Luzi, Natura)
“Debbono esserci isole verso il sud delle cose dove soffrire è qualcosa di più dolce, / dove vivere costa meno al pensiero, e dove è possibile chiudere gli occhi / e addormentarsi al sole e svegliarsi senza dover pensare“. (F. Pessoa)
Il sogno, questa neve dolce
che bacia il viso, lo erode fino a trovarvi
sotto, sostenuto da fili musicali,
l’altro che si sveglia.
(Julio Cortázar, da Le ragioni della collera)
[Ostuni, la città bianca © Nicola Amato]