
A tavola c’è chi divora tutto a velocità supersonica, chi attacca il piatto sempre dallo stesso lato con delle simmetrie ben precise nella gestione dei bocconi, chi affronta il cibo come fosse un nemico. La tavola diventa un caleidoscopio delle più profonde idiosincrasie se non nevrosi del nostro quotidiano, una fantasmagoria delle astruse relazioni che intratteniamo con le parti del nostro sé e con quelle degli altri. E allora, perché meravigliarsi di posate dotate di una loro personalità, magari estrosa, perversa, eccentrica? […] Le posate si caricano di emozioni, pensieri, memorie, fino a diventare pesce da un’impressione subacquea, gioco da un ricordo infantile, albero attraverso uno sguardo sognante.
Incantata…
[Ogni tanto rileggo pagina 35, qui, e rinnovo la mia ammirazione sincera verso quest’uomo]

via nonsoloproust:
“Di Facebook sapevo quasi tutto quel che c’era da sapere. Sapevo che si trattava di aprirsi una pagina personale, di scegliere una foto, di inserire qualche informazione su di me, la mia data di nascita, il mestiere, le mie passioni. Lo sapevo perché un’amica mi aveva fatto vedere la sua pagina. Quando l’avevo vista avevo capito che si trattava di aprirsi una specie di loculo, una tomba con la foto che guarda in faccia i passanti, che appunto passano e se hanno voglia lasciano dei bigliettini, cambiano l’acqua dei fiori.”— Prigioniero di Facebook, di Andrea Bajani (da leggere tutto)
[via hiddenside, via petarda, via aitan]
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Unità di misura del giorno letta in Rete: C’è anche chi vive nello stress, di corsa. E quando ha un’ora la dedica alla rete [Che tristezza, via! Soprattutto per chi ci vive accanto, da quando il tempo è il regalo più prezioso che possiamo fare a chi amiamo. Tutto il resto è una balla colossale, da solitudine benestante]
via placidiappunti:
Quando ho letto che una donna inglese aveva divorziato dal marito dopo averlo trovato abbracciato a un’altra su un sofà di Second Life, ho pensato quel che adesso starà pensando la maggioranza di voi: cosa diavolo è Second Life e soprattutto chi se ne importa.
Poi ho visto le foto dei due sposi - obesi, grifagni, con gli occhi rossi di rabbia svogliata - e le foto dei loro «avatar», cioè degli alter ego con cui si aggirano su uno dei tanti siti che consentono di vivere altre esistenze o di offrire al giudizio del prossimo una versione ritoccata e ideale della propria.
Le icone erano bellissime: lui si era calato nei panni di un nero fascinoso col pizzetto e gli occhiali a specchio, lei in quelli di una bruna dagli occhi di cerbiatto. Ho immaginato la tristezza delle loro «prime» vite, trascorse in stanze attigue a smanettare sulla tastiera del computer, fingendosi qualcuno di meglio e di diverso, in una sorta di chirurgia plastica della coscienza.
E ho pensato a quanti milioni di persone hanno ormai trasformato il passatempo di una sera in una dipendenza, al punto da investire più emozioni nella vita finta che in quella vera. Nella vita finta si è sempre belli ed eleganti, nessuno deve lavorare su se stesso per migliorarsi, né piegare la schiena sotto il peso delle responsabilità.
Ogni tanto però c’è un cortocircuito. La vita finta invade la vera, creando dalle viscere dei sogni un evento mitico come l’elezione di Obama. Ma più spesso è la vita vera che invade la finta e dà lavoro agli avvocati, non riuscendo più a darlo agli psicologi.
Massimo Gramellini
(il grassetto è mio)
«In molti romanzi ha descritto con maestria la forma mentis del comunista reale (il vizio della delazione, ad esempio). Per questo alcuni sono pronti a credere che in gioventù – lo proverebbe un documento d’archivio – Milan Kundera abbia realmente denunciato un disertore anticomunista.
Ne è certo uno scrittore e critico italiano: “Il primo e più bel romanzo di Kundera, Lo scherzo del 1967, racconta l’episodio occorsogli nella vita (o meglio da lui stesso provocato) ma a parti rovesciate […] a Kundera è toccato in sorte di apparire nel romanzo, cioè nella finzione, una vittima; ed essere nella realtà il carnefice”.
Molto di quanto si scrive sull’affaire Kundera, ancora tutto da chiarire, è inquinato da un implicito paralogismo che mette in relazione di causa-effetto vita e arte. Ultima, in ordine cronologico, scempiaggine del causalismo determinista».
(Serena Vitale, table talk nelle pagine della «Domenica» del Sole24Ore, 26 ottobre 2008)