via placidiappunti:
- Se non sapete suonare non vi verrà in mente di fare i musicisti. Perché se non sapete scrivere vi viene in mente di fare gli scrittori? Io non so giocare a pallone e non pretendo che l’AS Roma mi faccia un provino, né pago una società per fare il calciatore a pagamento. È una metafora, sì.
- Per diventare un buon musicista è essenziale ascoltare molta e buona musica. Per diventare non dico uno scrittore, ma quantomeno non far morire d’infarto vostra madre dalle risate, dovreste ogni tanto leggere qualche libro. Sono quelli rettangolari, con la copertina rigida.
Vertigoz in Prontuario per giovani scrittori in erba (da leggere tutto)
Scrivere è tradurre. Lo sarà sempre. Anche quando stiamo utilizzando la stessa lingua. Trasformiamo quello che vediamo e che sentiamo (supponendo che il vedere e il sentire, come li intendiamo in generale, siano qualcosa di più che le parole con cui ci è relativamente possibile esprimere il visto e il sentito…) in un codice convenzionale di segni, la scrittura, e lasciamo alle circostanze e alle casualità della comunicazione la responsabilità di far arrivare all’intelligenza del lettore, non la totalità dell’esperienza che ci siamo riproposti di tradurre (inevitabilmente frammentaria se rapportata alla realtà di cui si era alimentata), ma almeno un’ombra di quello che nel profondo del nostro spirito sappiamo essere intraducibile, per esempio, l’emozione pura di un incontro, la meraviglia di una scoperta, quell’istante fugace di silenzio precedente alla parola e che rimarrà nella memoria così come il resto del sogno che il tempo non cancellerà interamente.
(José Saramago, via »)
[…] Sono uno scrittore pre-moderno che non utilizza macchine, ma penna, inchiostro e carta da tenere con sé per averle sempre a portata di mano in aereo, in spiaggia e in hotel. Ha bisogno di altro la parola?
[…] C’è chi scrive per essere amato: Dickens, García Márquez.
C’è chi scrive per essere odiato: Céline, Houellebecq.
C’è chi scrive per essere gustato: Saramago, Nélida Piňon, artefici della lingua più gostosa, la lusitana.
C’è chi scrive per in-vertire: Balzac, Galdós, Dos Passos.
C’è chi scrive per sov-vertire: D. H. Lawrence, Juan Goytisolo, Jean Genet.
C’è chi scrive per di-vertire: Sterne, Saki, Diderot.
C’è chi scrive per con-vertire: Mauriac, Bernanos, Graham Greene.
C’è chi scrive per av-vertire: Swift, Voltaire, Orwell.
Temuto, amato, odiato, lo scrittore nasconde il segreto desiderio di essere, al tempo stesso, un disturbo per il mondo che è, e un creatore del mondo che può essere.
Il fine ultimo è, in ogni caso, il lettore e lo scopo dell’autore è avere un effetto sulla vita affettiva del lettore, tendere fra sé e il lettore un ponte per l’intimità anche a costo dell’intimidazione, rinnovare nella lettura lo spirito del lettore e l’esistenza del libro.
Perché sappiamo bene che il lettore, protagonista del post-meridiano, conosce il futuro. Lo scrittore, no.
Inoltre, perché lo scrittore consegni un libro al lettore, deve scrivere una letteratura che crei lettori, non una letteratura che conti lettori.
(Carlos Fuentes, da La giornata dello scrittore. Quando i sogni entrano nel libro, “La Repubblica”, 22-5-2009, p. 51)
«Nell’esperienza che ne ho, la fatica-piacere di scrivere tocca ogni punto del corpo. Quando il libro è finito, è come se si fosse stati frugati con eccessiva intimità e non si desidera altro che riguadagnare distanza, ritornare integri. […] quando si smette di scrivere si ridiventa sé stessi, la persona che comunemente si è, nelle occupazioni, nei pensieri, nel linguaggio. Perciò ora sono di nuovo io, me ne sto qui, faccio le mie cose tutti i giorni, non c’entro col libro o, per dir meglio, ci sono entrata, ma adesso non posso più entrarci. Né d’altra parte il libro può rientrare in me. Non mi resta quindi che proteggermi dai suoi effetti, ed è quello che cerco di fare. L’ho scritto per liberarmene, non per restarne prigioniera».
(Elena Ferrante, da La frantumaglia)
«I media di scrittura hanno in antipatia tutto ciò che esorbita dal carattere alfabetico, e così sms, e-mail e indirizzi di siti web pullulano di “cè” anziché “c’è”; di “pò” anziché “po’”; di “a mò di…” anziché “a mo’ di”; di “non centra niente” anziché “non c’entra niente”. I vari “dì qualcosa, fà presto, stà zitto e và via”, spesso del tutto normalizzati con “di qualcosa, sta zitto, fa presto e va via”. In ognuno di questi esempi l’accento è sempre sbagliato, il caso nudo e crudo non è più considerato scorretto ma l’apostrofo ci vorrebbe per segnalare che all’imperativo è caduta la sillaba finale. Meno macroscopiche e più controverse le fattispecie di “buon amica” anziché il corretto “buon’amica” o “pover uomo” anziché “pover’uomo”: su questi anche la Crusca discute. Anche da noi è presente la controtendenza che aggiunge apostrofi dove non ci vogliono. Pittoresco, per la sua diffusione, il caso di “qual’è”; ma si leggono anche dei “c’è n’è abbastanza“».
Ma per la maggior parte delle fattispecie la spiegazione è una sola: ignoranza.