Repetita iuvant

via placidiappunti:

  • Se non sapete suonare non vi verrà in mente di fare i musicisti. Perché se non sapete scrivere vi viene in mente di fare gli scrittori? Io non so giocare a pallone e non pretendo che l’AS Roma mi faccia un provino, né pago una società per fare il calciatore a pagamento. È una metafora, sì.
  • Per diventare un buon musicista è essenziale ascoltare molta e buona musica. Per diventare non dico uno scrittore, ma quantomeno non far morire d’infarto vostra madre dalle risate, dovreste ogni tanto leggere qualche libro. Sono quelli rettangolari, con la copertina rigida.


    Vertigoz in Prontuario per giovani scrittori in erba (da leggere tutto)

posted : Monday, July 13th, 2009

reblogged from : PlacidiAppunti

Trans/ducere

Scrivere è tradurre. Lo sarà sempre. Anche quando stiamo utilizzando la stessa lingua. Trasformiamo quello che vediamo e che sentiamo (supponendo che il vedere e il sentire, come li intendiamo in generale, siano qualcosa di più che le parole con cui ci è relativamente possibile esprimere il visto e il sentito…) in un codice convenzionale di segni, la scrittura, e lasciamo alle circostanze e alle casualità della comunicazione la responsabilità di far arrivare all’intelligenza del lettore, non la totalità dell’esperienza che ci siamo riproposti di tradurre (inevitabilmente frammentaria se rapportata alla realtà di cui si era alimentata), ma almeno un’ombra di quello che nel profondo del nostro spirito sappiamo essere intraducibile, per esempio, l’emozione pura di un incontro, la meraviglia di una scoperta, quell’istante fugace di silenzio precedente alla parola e che rimarrà nella memoria così come il resto del sogno che il tempo non cancellerà interamente.

(José Saramago, via »)

posted : Thursday, July 2nd, 2009

A bridge [over troubled water]

[…] Sono uno scrittore pre-moderno che non utilizza macchine, ma penna, inchiostro e carta da tenere con sé per averle sempre a portata di mano in aereo, in spiaggia e in hotel. Ha bisogno di altro la parola?

[…] C’è chi scrive per essere amato: Dickens, García Márquez.
C’è chi scrive per essere odiato: Céline, Houellebecq.
C’è chi scrive per essere gustato: Saramago, Nélida Piňon, artefici della lingua più gostosa, la lusitana.
C’è chi scrive per in-vertire: Balzac, Galdós, Dos Passos.
C’è chi scrive per sov-vertire: D. H. Lawrence, Juan Goytisolo, Jean Genet.
C’è chi scrive per di-vertire: Sterne, Saki, Diderot.
C’è chi scrive per con-vertire: Mauriac, Bernanos, Graham Greene.
C’è chi scrive per av-vertire: Swift, Voltaire, Orwell.
Temuto, amato, odiato, lo scrittore nasconde il segreto desiderio di essere, al tempo stesso, un disturbo per il mondo che è, e un creatore del mondo che può essere.
Il fine ultimo è, in ogni caso, il lettore e lo scopo dell’autore è avere un effetto sulla vita affettiva del lettore, tendere fra sé e il lettore un ponte per l’intimità anche a costo dell’intimidazione, rinnovare nella lettura lo spirito del lettore e l’esistenza del libro.
Perché sappiamo bene che il lettore, protagonista del post-meridiano, conosce il futuro. Lo scrittore, no.
Inoltre, perché lo scrittore consegni un libro al lettore, deve scrivere una letteratura che crei lettori, non una letteratura che conti lettori.

(Carlos Fuentes, da La giornata dello scrittore. Quando i sogni entrano nel libro, “La Repubblica”, 22-5-2009, p. 51)

posted : Tuesday, May 26th, 2009

Volver

«Nell’esperienza che ne ho, la fatica-piacere di scrivere tocca ogni punto del corpo. Quando il libro è finito, è come se si fosse stati frugati con eccessiva intimità e non si desidera altro che riguadagnare distanza, ritornare integri. […] quando si smette di scrivere si ridiventa sé stessi, la persona che comunemente si è, nelle occupazioni, nei pensieri, nel linguaggio. Perciò ora sono di nuovo io, me ne sto qui, faccio le mie cose tutti i giorni, non c’entro col libro o, per dir meglio, ci sono entrata, ma adesso non posso più entrarci. Né d’altra parte il libro può rientrare in me. Non mi resta quindi che proteggermi dai suoi effetti, ed è quello che cerco di fare. L’ho scritto per liberarmene, non per restarne prigioniera».

(Elena Ferrante, da La frantumaglia)

posted : Saturday, March 14th, 2009

Aberrazioni apostrofiche

«I media di scrittura hanno in antipatia tutto ciò che esorbita dal carattere alfabetico, e così sms, e-mail e indirizzi di siti web pullulano di “” anziché “c’è”; di “” anziché “po’”; di “a mò di…” anziché “a mo’ di”; di “non centra niente” anziché “non c’entra niente”. I vari “ qualcosa, presto, stà zitto e via”, spesso del tutto normalizzati con “di qualcosa, sta zitto, fa presto e va via”. In ognuno di questi esempi l’accento è sempre sbagliato, il caso nudo e crudo non è più considerato scorretto ma l’apostrofo ci vorrebbe per segnalare che all’imperativo è caduta la sillaba finale. Meno macroscopiche e più controverse le fattispecie di “buon amica” anziché il corretto “buon’amica” o “pover uomo” anziché “pover’uomo”: su questi anche la Crusca discute. Anche da noi è presente la controtendenza che aggiunge apostrofi dove non ci vogliono. Pittoresco, per la sua diffusione, il caso di “qual’è”; ma si leggono anche dei “c’è n’è abbastanza“».

Ma per la maggior parte delle fattispecie la spiegazione è una sola: ignoranza.

posted : Thursday, February 19th, 2009

“ Dimenticare tutto è comunque una condanna. La vita senza ricordi è una vita a due dimensioni. È una sfera angusta, priva di spessore e profondità, un cammino per corridoi in ombra, dove si scorgono solo gli oggetti contro cui si finisce per sbattere. Vivere senza ricordi significa spostare l’irrealtà del passato nell’irrealtà del futuro. Ma il passato, per irreale che sia, ha una densità di colori, suoni, odori. Il futuro è invece un orizzonte esangue, in cui evolvono profili accennati, lungo scenari astratti, di un bianco ospedaliero e burocratico. Chi dimentica sempre di continuo dissangua la propria vita, ha poca identità, è l’ombra di qualcuno, un’ipotesi che ogni volta dovrà essere verificata nei giorni, nelle ore a venire. Quando si rende conto di questo, il campione della dimenticanza, lo sterminatore di ricordi, il gran talento del nulla alle spalle, sente l’esigenza di correre ai ripari. È spesso così che nascono le ossessioni per la scrittura. La pagina scritta diventa il luogo in cui intrappolare qualcosa del proprio presente. Non si scrive infatti al passato, ma solo al presente. Non si collezionano evocazioni nostalgiche, racconti retrospettivi, restauri di magnifici o terribili eventi. Si cerca di dare consistenza al presente, a quel cerchio ristretto che getta una luce su cose e persone sempre prossime ad essere dimenticate, a sparire. La scrittura qui non cerca le cose e le persone, una volta che esse sono diventate ricordo, e ci raggiungono dal passato, in modo sempre imprevedibile e secondo un ritardo variabile. Qui chi scrive acciuffa sopratutto quanto rimane al margine degli eventi e delle situazioni, ossia ciò che non diventerà materia di ricordo, e che di conseguenza non subirà la cancellazione per volontaria dimenticanza.
— (L’arte della dimenticanza, via)

posted : Friday, December 19th, 2008

Bella scrittura

  • Lei: A scrivere bene, correttamente intendo, s’impara. Basta studiare. Ma la scrittura che emoziona non si impara da nessuna parte, quello è talento. E con il talento si nasce.
  • Lui: Non sono d’accordo con te. Ci sono tante componenti, per esempio c’è la sublimazione, scoperta dalla psicanalisi...
  • [Io, tra me e me]: Se è per questo la teoria psicoanalitica dell'arte, prima ancora che di sublimazione, parla di frustrazione. Che è quella che contribuisce non poco a ingombrare di carta straccia gli scaffali delle librerie. Esercizio? Certo. Talento? Ci mancherebbe. Ma non sarebbe più semplice ammettere che per una bella scrittura (che non è solo bella forma e bello stile) l'unica strada è sempre quella? Leggere. Leggere. Leggere. Costa fatica, certo, e lascia meno tempo a inutili alibi.

posted : Saturday, November 29th, 2008

“ C’è un mio amico di Reggio Emilia che ha tradotto Beckett in dialetto reggiano. Ha tradotto un racconto che cominciava con l’espressione I was feeling awfull. Che ritradotto in italiano dalla traduzione che ne ha fatto quel mio amico in dialetto reggiano suona così: Stavo male. Be’, c’è un traduttore italiano, che ha tradotto Beckett in italiano, quell’inizio lì, I was feeling awfull, l’ha tradotto così: Avevo una tarantola di inquietudini in petto.
— (Paolo Nori, I libri devono essere magri, figure di Giuliano Della Casa, p. 13, con una quarta di copertina da non perdere)

posted : Wednesday, November 5th, 2008